Psiconeuroendocrinoimmunologia: un punto di vista differente sul dolore emicranico

Psiconeuroendocrinoimmunologia. Ci può spiegare in poche parole cosa significa?

La Psiconeuroendocrinoimmunologia (PNEI) è la disciplina che studia le relazioni bidirezionali tra la psiche e i sistemi biologici. Ciò significa che mente e corpo, storicamente e artificiosamente divisi nelle loro funzioni, tornano ad essere visti come parte di un unicum, una rete di sistemi interconnessi fra loro, quale è l’organismo umano. La PNEI nasce dall’integrazione di una serie di studi sperimentali in endocrinologia, immunologia e neuroscienze. Da sempre, si occupa di studiare l’influenza dell’attività psichica (intesa come stress e come vissuto psico-emozionale) sulle funzioni del corpo e, viceversa, gli effetti delle affezioni del corpo sullo stato mentale e sulla salute psichica.

 

Quali sono le radici storiche della PNEI intesa come scienza?

La nascita della PNEI si fa risalire tradizionalmente al 1936 con le ricerche di Hans Selye, passato alla storia come "il dottor stress", il quale dimostrò, nei topi da laboratorio, che la reazione di stress è indipendente dalla natura dello stimolo, sia essa di tipo fisico (stress termico, elettrico), chimico (tossine) o psichico (vista di un predatore), e per questo la denominò "sindrome generale di adattamento" e ne descrisse dettagliatamente l’effetto biologico, attraverso l’attivazione del cosiddetto "asse dello stress", un sistema di allarme che tutti noi possediamo e che ci accomuna a tutti gli esseri viventi vertebrati.

Tale sistema è in grado di produrre a cascata, a partire da zone profonde del cervello, una serie di ormoni tra cui il più importante è il cortisolo, anche comunemente definito “l’ormone dello stress”, e catecolamine (adrenalina, noradrenalina), rilasciati dalle ghiandole surrenali (posizionate subito sopra ai nostri reni) nel sangue.

Altri scienziati, dalla metà degli anni Settanta del Novecento in avanti, si occuparono di studiare la comunicazione bidirezionale tra cervello e sistema immunitario: il fisiologo tedesco Hugo Besedovsky, dimostrò che la reazione di stress, con l’aumento della produzione del cortisolo, causa una immunodepressione nel topo da laboratorio. Un altro fisiologo, lo statunitense Edween Blalock dimostrò che i linfociti, cellule dell’immunità specifica, hanno recettori per gli ormoni e i neurotrasmettitori prodotti dal cervello e che, al tempo stesso, producono ormoni e neurotrasmettitori del tutto simili a quelli cerebrali. Vale a dire che il nostro sistema immunitario possiede delle “antenne” (i recettori) per comprendere i messaggi che il cervello gli invia ed è a sua volta in grado di produrre “parole” (i neuropeptidi) uguali a quelle prodotte dal sistema nervoso.

Successivamente, è stato dimostrato che anche le fibre nervose periferiche rilasciano sostanze (neuropeptidi) che attivano o sopprimono la risposta immunitaria. Pertanto, un’attivazione infiammatoria periferica delle cellule immunitarie non è sempre e solo provocata dal legame con un antigene, ma può originare direttamente dalle fibre nervose (infiammazione neurogenica, alla base anche delle cefalee) che possono essere eccitate da vari stimoli, anche di natura prettamente psichica.

Numerosi studi hanno accertato che le citochine, sostanze prodotte e rilasciate dalle cellule immunitarie in corso di infiammazione e di stress cronico, viaggiando con il sangue o con i grandi nervi cranici (nervo Vago), giungono fin dentro il cervello e influenzano sia le normali attività biologiche (ad es. febbre, fame, sazietà, ecc.) sia l’attività psichica (ansia, depressione). Le ricerche di Robert Sapolsky negli anni Novanta del Novecento sul cervello dei primati hanno dimostrato che l’alterazione dell’asse dello stress e la sovrapproduzione di cortisolo possono causare atrofia dell’ippocampo, un’area del cervello deputata alla produzione dei ricordi e di altre regioni della corteccia, causando quindi problemi di memoria e cognitivi in generale.

 

Lo stress e le emozioni sono quindi sempre negative per il nostro organismo?

Sì, se si supera un certo limite. Abbiamo imparato che lo stress è l’espressione di adattamento del nostro organismo ai diversi stimoli ambientali e può essere attivato da fattori fisici, infettivi, psichici. Il cortisolo è, insieme alle catecolamine, fondamentale per numerosissime funzioni biologiche (memoria, regolazione della pressione arteriosa e della frequenza cardiaca, metabolismo di zuccheri e grassi), ma può dare dei problemi se è prodotto in quantità sopra-fisiologiche e, soprattutto, per periodi lunghi (stress cronico).

Se nel breve periodo, il cortisolo, l’adrenalina e la noradrenalina hanno un effetto tonificante e quindi positivo anche sull’immunità, nonché sulle funzioni cognitive e cardiovascolari (eustress), le cose cambiano profondamente nel medio-lungo periodo, quando condizioni di stress cronico ripetuto e disadattativo (distress) alimentano la produzione cronica di alcune citochine, che vanno ad alterare la risposta immunitaria e la rendono inadatta, ad esempio, a combattere virus e tumori. Seguendo un meccanismo simile, la disregolazione dell’asse dello stress può favorire lo sviluppo di malattie autoimmuni di vario tipo.

 

Prima ha parlato di "sindrome generale di adattamento", spesso l’emicrania viene descritta come un "disturbo dell’adattamento". C’è uno spazio per la PNEI anche nel settore delle cefalee?

Sì, assolutamente. Tra i trigger per l’attacco di emicrania si riconoscono alcune condizioni ambientali, tra cui lo stress e la mancanza di sonno. Le persone che soffrono di cefalea soffrono anche di altri disturbi, in primo luogo depressione e ansia (la correlazione è vera anche al contrario, ovvero che persone con disturbi dell’umore soffrono frequentemente di cefalea cronica).

Spesso, è anche rintracciabile una storia di traumi subiti nella vita infantile e in quella adulta. Da quanto detto fin ad ora, questa correlazione non è causale o bizzarra, ma ha una precisa spiegazione biologica, acquisita grazie agli stu

Al di là della farmacologia classica, che ha prodotto risultati modesti, le terapie innovative per l’emicrania stanno puntando infatti sulla neuromodulazione, con la messa a punto di device che regolano la scarica nervosa che attiva i meccanismi immunitari (infiammazione neurogenica), con l’obiettivo di ridurre l’infiammazione e il dolore connesso. Sono stati studiati diversi dispositivi elettrici; in particolare, i dispositivi di stimolazione esterna frontale, come anche la stimolazione elettrica del padiglione auricolare, hanno dato risultati positivi in assenza di effetti collaterali (dimezzamento degli attacchi quotidiani). Sorprendentemente, la collocazione di questi stimolatori avviene in punti che da secoli l’agopuntura (una tecnica della Medicina Tradizionale Cinese e dell’Auricoloterapia) usa per trattare le cefalee.

Altre tecniche sperimentate di controllo dell’infiammazione nel trattamento della cefalea, in perfetta linea con la ricerca in campo PNEI, riguardano il trattamento dei disturbi del sonno (anche attraverso tecniche di rilassamento e di meditazione), l’attività fisica e la postura corretta, nonché l’alimentazione antinfiammatoria (dieta mediterranea, dieta chetogenica).

 

Prof. Francesco Bottaccioli
Filosofo, psicologo e neuroscienziato, presidente emerito della SIPNEI

Bibliografia di riferimento
Bottaccioli F., Bottaccioli A. G. PsicoNeuroEndocrinoImmunologia e scienza della cura integrata. Il Manuale. Edra LSWR, Milano 2017
Intervista a cura di Roberto Nappi