Stress da Coronavirus e lockdown: come lo vive un cefalalgico

Dott.ssa Galli, esiste un legame tra le situazioni stressanti e le cefalee?

Il legame tra cefalee e stress è esperienza comune nei cefalalgici, anche se in termini scientifici deve essere meglio compreso. Il concetto di “stress” può essere letto in modi diversi, con connotati e contenuti che sono declinabili in termini molto individuali. Alcune persone possono, ad esempio, risentire negativamente di un’alterazione dei ritmi sonno-veglia, di un pasto saltato, altri possono presentare una cefalea come conseguenza di situazioni particolarmente ansiogene o di rabbia non manifestata. Occorre, però, una suscettibilità individuale a manifestare una cefalea, una risposta legata alle peculiarità del Sistema Nervoso Centrale. In termini scientifici, non sappiamo perché un individuo tenda a sviluppare cefalea e un altro dolori addominali o gastrite.

 

Il particolare momento storico che stiamo vivendo, la paura del contagio o il lockdown quali conseguenze possono aver avuto sui pazienti cefalalgici?

Si tratta di un aspetto molto interessante che però stiamo ancora cercando di capire con studi scientifici, ma ancora non abbiamo dati certi su questo fronte. Sicuramente, torniamo ad avere a che fare con risposte molto individuali. Sicuramente, l’ansia marcata di contrarre il virus, la conoscenza diretta di individui affetti, il sovraccarico mentale di dovere conciliare smart working e impegni familiari, il vivere in nuclei familiari disfunzionali possono avere fatto la differenza, soprattutto in individui che presentavano già caratteristiche di personalità ansioso-depressive.
Il lockdown può, invece, avere rappresentato per altri un momento in cui è stato possibile “scalare una marcia”, con un rallentamento dei ritmi individuali, il ritrovarsi a vivere situazioni familiari in cui si è potuto stemperare il ritmo e la pressione imposta dall’agenda da rispettare. In queste situazioni mi aspetterei un miglioramento complessivo del paziente cefalalgico.

 

Il senso di solitudine imposto dal lockdown (quindi impossibilità a frequentare amici e parenti, eccetto quelli conviventi) può aver influito negativamente sui pazienti cefalalgici?

"L’uomo è un animale sociale", lo diceva già Aristotele nel IV secolo A.C. Credo che questa situazione che ci siamo tutti trovati a vivere improvvisamente abbia influito negativamente su tutti noi e non credo specificatamente sul paziente cefalalgico. Abbiamo, però, avuto la fortuna di vivere questa pandemia in un periodo storico in cui è possibile coltivare tante relazioni in modo virtuale, in cui abbiamo continuato a lavorare grazie allo smart working, alla telemedicina, alla teledidattica.

Mi rendo conto che sono relazioni virtuali, ma pur sempre relazioni. Un rischio che invece vedo per il cefalalgico (ma non solo) è che l’eccesso di utilizzo della tecnologia porti ad un incremento di comportamenti di dipendenza da essa (“internet addiction”), un fenomeno che ben conosciamo negli adolescenti e che può portare anche (ma non solo) ad un incremento delle crisi cefalalgiche. Il rientro alla normalità di una sana vita sociale non sembra al momento essere dietro l’angolo, ma confido intanto in meccanismi di auto-contenimento e regolazione nell’utilizzo di smartphone e internet in adulti e bambini.

 

Il distanziamento sociale ha incentivato il telelavoro, cosa che ha riguardato anche professionisti sanitari. Ritiene questa una buona possibilità anche per la psicoterapia e il mutuo sostegno dei pazienti?

Credo che questa pandemia, di cui tutti abbiamo vissuto le conseguenze, abbia rappresentato su tanti fronti un punto di non ritorno, proprio perché abbiamo capito che tante novità che sono state introdotte possono veramente funzionare. Questo riguarda anche i cambiamenti che sono stati imposti dal telelavoro, dalla telemedicina, dalla teledidattica, dalla psicoterapia fruibile online, modalità di lavoro che esistevano già, ma che la "sperimentazione sul campo", in maniera obbligata, ha definitivamente sdoganato e messo sugli scranni più alti.

Non ritengo, però, che la sacralità della relazione umana e sociale possa essere sacrificata sull’altare del virtuale, ma in questo momento storico gli strumenti virtuali sono stati sicuramente all’altezza delle prove di efficacia. Credo molto anche nel mutuo sostegno dei pazienti, sia per i gruppi già esistenti che si sono meglio organizzati nelle loro attività a distanza, che per i gruppi nuovi che sono nati sulla scia dell’emergenza sanitaria (basti pensare a quanti gruppi spontanei sono nati anche solo su Facebook).

Da una situazione che ha portato tanto dolore, mi auguro possano nascere opportunità di aggregazione (anche virtuali) che siano di beneficio a livello individuale e collettivo.

 

Intervista a cura di Roberto Nappi